Il glifosato si trova nei piatti che mangiamo?

Grappoli d'uva

Perché in alcuni ristoranti si mangia bene eppure non sai che che forse ti stanno “avvelenando” col glifosato?

Non vogliamo apparire come gli ultimi allarmisti di turno che seminano terrore senza basi sulle quali fondare i propri dubbi. Perché di questi bisogna parlare visto che gli stessi luminari del mondo medico-scientifico sono divisi nel considerare il glifosato “probabilmente cancerogeno” o forse del tutto innocuo.

Sta di fatto che qualche domanda ce la dobbiamo fare perché alcuni dati di studi indipendenti mostrano che il diserbante, imputato di provocare varie malattie, qualche problema lo crea eccome!

E in questo post cerchiamo di capire cosa è il glifosato, dove si trova e in quale misura potrebbe essere nocivo.

Cos’è e dove si trova il glifosato?

Glifosato, una parola che forse ancora non conosci ma che invece faresti bene ad approfondire. Perché è un erbicida composto da sostanze chimiche, dal 2001 in libera produzione e oggi ancora in uso in molti stati dove, benché se ne parli maluccio, ancora è lecito usarlo in agricoltura.

Prodotto dalla Monsanto Company, azienda statunitense multinazionale di biotecnologie agrarie, il glifosato, in virtù dell’uso che se ne fa, si nasconde in tanti alimenti dalla frutta alla verdura trattate con sostanze chimiche.

E il glifosato è una di queste, a quanto pare dannoso per la salute eppure ancora consentito in Europa per almeno altri cinque da quando stiamo scrivendo questo articolo (novembre 2018).

Il mondo medico-scientifico, a questo proposito, si spacca in due tra chi sostiene che l’erbicida sia “probabilmente cancerogeno” (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – Iarc) e chi invece lo ritiene non pericoloso (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare – Efsa).

Dove sta la verità? Forse nel mezzo, come sosteneva il buon Aristotele?

“Nessuno tocchi Caino!”, per carità… Ma diciamolo pure, quel sapore fantastico della pasta alla carbonara, il rustico aroma della bella bistecca di carne e l’aspetto così invitante di mele e fragole, potrebbero in realtà nascondere segreti che non ci è dato sapere? Forse non sono affatto sinonimo di qualità.

In molti ristoranti dove si mangia bene a dir poco, e dove ogni piatto è una specialità tipica o un best seller di punta, in realtà si fa uso di ingredienti di cui non sappiamo la provenienza, a meno che non sia resa nota con tanto di prove e certificazioni di provenienza dei prodotti.

Ma questo al di là del glifosato. Perché poi di tutto quello che mangiamo, non possiamo avere certezza. Anche se nel menù, come pure per il pesce surgelato, andrebbe scritto, andrebbe esplicitato. Perlomeno sarebbe lecito lasciar decidere le persone se voler mangiare, o meno, cibo trattato.

Di chi è la colpa se mangiamo cibi “avvelenati”?

Stando a quanto abbiamo detto poche righe fa, di chi non giunge a una conclusione con la smentita o con la conferma definitiva che in quest’ultimo caso, forse, avrebbe un costo troppo elevato rispetto al guadagno. La nostra salute.

Questa “svista”, chiamiamola pure così, la paghiamo noi, persone comuni. Così finiamo per definirci perché è così che ci fanno sentire tutti questi rumori di fondo. Ma non lo siamo, siamo in realtà i veri protagonisti di un “marketing della follia”. Attori ignari di quello che è il vero spettacolo della vita perché qualcuno ne è alla regia.

E ignari, rossi paonazzi per la goduria che proviamo negli attimi di piacere intenso, ingurgitano bocconi succulenti e, forse, chi lo sa… pericolosamente nocivi.

L’aspetto che più fa riflettere è la poca trasparenza, l’inganno cui siamo sottoposti nel momento in cui ci viene proposta una pietanza “mascherata”. Proprio come quella mela stregata che ci faceva rabbrividire all’ascolto delle fiabe.

Ricorderete la mela avvelenata tonda e lucida, bella e soda che la strega porse a Biancaneve, no? Ecco, ma la poverina, in fondo, cadde solo in catalessi.

Noi cosa rischiamo, invece, se nel menù al ristorante non ci dicono che il piatto ordinato è contaminato da glifosato o altri diserbanti? Stessa cosa con quella bella frutta e verdura che compriamo.

E viene anche spontaneo chiedersi, viste le tante rimostranze di medici e ricerche indipendenti correlate, ma non è che niente niente tante malattie, come ad esempio, la celiachia così tanto popolare ora, sia causata proprio da tutto quello che di nocivo ingeriamo?

Cosa dicono gli studi sul glifosato?

Alcuni studi sul glifosato, condotti dall’Istituto Ramazzini (https://www.ramazzini.org/news/6834/), hanno aperto la pista della verità sulle sue reali conseguenze per la nostra salute.

In questa pagina, in lingua inglese, puoi raccogliere informazioni sullo studio (https://glyphosatestudy.org/faqs-the-study/). In sintesi, però, le indagini sulle cellule placentari ed embrionali umane, puntano a verificare se il glifosato sia responsabile dei capi d’accusa che gli vengono mossi.  

  • danni al sistema/equilibrio ormonale negli adulti, donne e uomini, e nei bambini
  • cancro degli organi sessuali
  • sostanza genotossica in grado di danneggiare l’informazione genetica all’interno di una cellula.

Ne abbiamo raccolti 3 dei punti salienti, perché questo non è un trattato medico-scientifico e rimandiamo alle pagine segnalate, da prendere come fonti di quanto appena esposto.

In quali cibi si trova il glifosato?

Il glifosato si trova nella frutta e nella verdura, ma anche in tanti altri alimenti come pasta, farine e farinacei. In particolare in quei prodotti distribuiti dalle aziende “leader del settore” che si servono del grano nato e cresciuto in paesi dove questo erbicida viene ampiamente usato, come ad esempio il Canada.

Ma come accennato, il glifosato si trova in tanti generi di alimenti: nel latte e nei formaggi come anche nella carne. Il perché è presto detto: il glifosato viene infatti utilizzato per mais, soia, colza, mangimi usati negli allevamenti. Quindi viene ingerito dapprima dagli animali e poi da noi, che mangiamo carne e beviamo latte.

Come difendersi dai rischi del glifosato?

La cosa più sensata da fare, secondo gli esperti e secondo il buon senso di cui siamo dotati, è scegliere quei prodotti sicuri perché nati e cresciuti nei piccoli orti, nelle aziende locali, a gestione familiare. Insomma, tornare un po’ alla vecchia maniera delle uova fresche di gallina da cortile.

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