La Guida Michelin: Elitaria e Snob

Tutti conosciamo la guida Michelin, celeberrima guida che racchiude le eccellenze del nostro Bel Paese in ambito gastronomico. Per chi non ne fosse a conoscenza, la guida in questione, nata in Francia nel 1900, è arrivata in Italia nel 1956, limitata in quel periodo ad alcune regioni, l’edizione completa uscirà l’anno successivo.

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Nel 1961 Dino Buzzati (scrittore e giornalista), in merito alla guida Michelin aveva dichiarato che il peggio che potesse accadare a qualsiasi persona in una esperienza di viaggio sarebbe il dover mangiare male…Non importa se il resto non va del tutto bene o secondo quanto pianificato, ad esempio: brutto tempo, musei chiusi…o chissà che altra dissaventura, però non si può tollerare l’essere capitati in un pessimo ristorante.

Per l’Italia le prime stelle Michelin arrivarono nel 1959, tra i quali figurava il ristorante Caravella di Amalfi, il più antico stellato d’Italia. Per le prime due stelle bisogna aspettare ben dieci anni e ancora di più per le prime tre stelle nazionali che arrivano con Gualtiero Marchesi (noto gastronomo italiano) nel 1986.

Le stelle vengono assegnate da ispettori che dovrebbero essere anonimi, anche se ormai i ristoratori più navigati pare abbiano imparato a riconoscerli, valutando diversi criteri.

Le assegnazioni vanno da una a tre stelle:

  • Una stella apposta fuori da un locale significa che lì c’è un’ottima cucina
  • Con due stelle stanno a significare una cucina eccellente per chi vale la pena fare una sosta
  • Infine le tre stelle simboleggiano i migliori ristoranti italiani, eccellenze esclusive per cui pianificare addirittura un viaggio.

I criteri secondo cui vengono assegnate le stelle sono ufficialmente cinque:

  1. La qualità delle materie prime
  2. La personalità dello chef nel piatto
  3. La padronanza di tecniche di cottura e sapori
  4. Il rapporto qualità-prezzo
  5. La costanza nel tempo

Ma sostanzialmente a chi si interfaccia questa blasonata guida? A che tipo di pubblico si rivolge?

Noi de LaVoceDellaRistorazione abbiamo la nostra visione in merito all’argomento, vediamo insieme.

Andando a sfogliare le pagine della bibbia italica della ristorazione, o così vorrebbero farci credere, notiamo subito che tendenzialmente il prezzo medio dei locali meno blasonati si aggira sui 35-40€ a persona. Prezzi non esorbitanti, ma che comunque non tutte le famiglie italiane possono permettersi di spendere per un pranzo né tanto meno per una cena, questa già è una prima selezione della potenziale utenza finale e parliamo solo di locali con al massimo una stella.

Se alziamo l’asticella, cioè andiamo sui ristoranti cosiddetti “stellati“, la platea si assottiglia ulteriormente; con prezzi non proprio popolari anche per menù che possiamo definire entry level.

Capite quindi che una guida del genere si rivolge prettamente ad una clientela che ha possibilità economiche di un certo tenore, eliminando per forza di cose famiglie monoreddito che difficilmente si potranno togliere lo sfizio di mangiare la famigerata pizza di Cracco o fare un brunch al bistrot del Mudec di Milano.

Tirando le somme quindi si può affermare che la guida Michelin si rivolge ad una clientela d’élite e se parliamo di élite non possiamo non menzionare la massoneria.

Secondo alcune voci l’ombra delle gerarchie massoniche sarebbe presente e influenzerebbe le sorti di alcuni all’interno della suddetta guida.

Queste confraternite nacquero nel medioevo come congregazioni religiose o professionali, alcune sono sopravvissute fino ai giorni nostri, altre sono una moderna reinterpretazione goliardica di una liturgia a metà fra misticismo e massoneria.

E come sappiamo bene sono ancora presenti nelle nostre società e ne hanno in mano spesso e volentieri le sorti, gestendo il popolo come burattini.

In conclusione, noi de LaVoceDellaRistorazione pensiamo che non ci sia bisogno di andare alla ricerca dello chef stellato che vediamo in televisione tirare piatti in faccia ai concorrenti di un talent.

Il nostro consiglio è di riscoprire i luoghi del nostro territorio, ristoranti a km zero che utilizzano prodotti autoctoni e freschi, prodotti di stagione che coltivano nelle vicinanze o direttamente loro stessi.

Ritrovare quelle trattorie di paese dove si respira ancora quella convivialità che oggi si sta perdendo in favore di locali più trendy ma senza anima.